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Quando la mente prende il sopravvento: rimuginio e maladaptive daydreaming


Ti è mai capitato di sentirti intrappolato nei tuoi pensieri o di perderti in fantasie su scenari immaginari? Queste sono esperienze piuttosto comuni, in quanto la mente è fatta per produrre pensieri ed immagini. Per esempio, chi non si è mai ritrovato a pensare e ripensare a un colloquio di lavoro imminente o a qualcosa di negativo che ci hanno detto a cena? Allo stesso modo, può capitare frequentemente di fantasticare e immaginarci vere e proprie scene nella nostra mente, per esempio di noi che rispondiamo a tono quando qualcuno ci tratta male o che otteniamo successo in qualcosa a cui teniamo particolarmente o ancora che viviamo la storia d’amore ideale.

Tutti questi processi sono tendenzialmente normali e comuni, in varia misura, a tutte le persone. Tuttavia possono diventare problematici quando arrivano ad occupare tempo ed energie in maniera eccessiva e non necessaria, interferendo quindi con la vita quotidiana, generando sofferenza o percezione di perdita di controllo. In questo caso si parla di rimuginio o ruminazione per indicare il processo di pensare in maniera continuativa e ripetitiva ad uno stesso argomento, e di maladaptive daydreaming (fantasticare maladattivo) per indicare l’attività di creazione di immagini mentali riguardanti scenari reali e/o immaginari.

Proviamo ad approfondire.


Rimuginio: il pensiero che cerca controllo

Il rimuginio è un’attività mentale ripetitiva centrata su possibili eventi negativi futuri o passati. Non è semplicemente “pensare a un problema”: è restare intrappolati nello stesso problema, tornando continuamente sui medesimi scenari senza arrivare a una decisione o a una soluzione concreta.

Chi rimugina tende a:

  • analizzare continuamente tutte le possibilità;

  • anticipare errori o fallimenti;

  • concentrarsi su ciò che potrebbe andare storto;

  • rielaborare continuamente il passato alla ricerca di errori o di scelte alternative.


Dal punto di vista emotivo, il rimuginio problematico è legato principalmente all’ansia o a stati depressivi. Nel primo caso, la persona ha l’impressione che “pensarci di più” possa aiutarla a prevenire un pericolo o a prepararsi meglio. In realtà però accade il contrario: questo continuo focus mentale mantiene attivo lo stato di allerta e impedisce al sistema nervoso di rilassarsi, alimentando così il disagio invece di ridurlo. Nel secondo caso, il rimuginio va a toccare temi del passato che continuano a far soffrire la persona, nell’illusione che riviverli possa portare ad un sollievo o una soluzione, ma in realtà anche in questo caso non fa altro che mantenerci in uno stato di disagio e malessere.

A livello cognitivo, il rimuginio ha alcune caratteristiche tipiche:

  • è prevalentemente verbale (fatto più di parole che di immagini);

  • è astratto e ipotetico (“E se succedesse qualcosa?” “E se avessi preso un’altra decisione?”);

  • raramente si traduce in azioni concrete o decisioni efficaci.

 

Maladaptive daydreaming: l’immaginazione che diventa rifugio

Il maladaptive daydreaming è diverso per contenuto e qualità dell’esperienza. Qui non si tratta di preoccupazioni, ma di fantasie estremamente vivide, strutturate e coinvolgenti che possiamo crearci principalmente con l’obiettivo di gratificarci o di sostituire fittiziamente condizioni o stati emotivi difficili con altri maggiormente piacevoli e/o soddisfacenti.

Le persone che lo sperimentano possono:

  • costruire mondi immaginari complessi;

  • sviluppare personaggi ricorrenti;

  • vivere trame articolate nel tempo;

  • accompagnare le fantasie con musica o movimenti ripetitivi.


A differenza del rimuginio, che è ansiogeno, il maladaptive daydreaming può essere inizialmente piacevole in quanto spesso offre (almeno inizialmente):

  • senso di controllo;

  • gratificazione;

  • compensazione di bisogni insoddisfatti;

  • fuga da emozioni difficili (solitudine, frustrazione, senso di inadeguatezza, ecc).


Chiaramente il problema nasce quando questo processo:

  • occupa molte ore della giornata;

  • sostituisce le relazioni reali, o la messa in atto di azioni concrete e utili nel mondo esterno;

  • interferisce con studio, lavoro o sonno;

  • genera frustrazione per la difficoltà a interromperlo.


Due strategie diverse, una funzione simile

Come si è visto, anche se in parte diversi tra loro, rimuginio e maladaptive daydreaming condividono una funzione importante: gestire emozioni difficili.

Tuttavia, è importante essere consapevoli del fatto che essi non sono processi che “accadono da soli”, ma comportamenti mentali volontari, messi in atto – spesso in modo abituale e poco consapevole – nel tentativo di affrontare un disagio interno. Possono sembrare automatici perché vengono attivati rapidamente e ripetuti nel tempo, ma in realtà sono strategie apprese, che si consolidano e diventano sempre più difficili da gestire man mano che vengono messe in atto regolarmente.

Il problema principale di questi comportamenti mentali è che, in entrambi i casi, la mente sceglie di spostarsi dal qui e ora per rivolgersi al proprio mondo interno di pensieri o fantasie. Questo chiaramente impedisce di risolvere davvero e nella realtà ciò che non va nella propria vita. Per questo motivo tali processi tendono a mantenere il disagio invece di risolverlo. Infatti, così come rimuginare su di un problema o una situazione dolorosa non fa altro che mantenere attivo lo stato emotivo negativo associato a quel problema, allo stesso modo rifugiarsi nei sogni ad occhi aperti può sì fornire un sollievo momentaneo, ma poi ciò da cui si fugge torna sempre a bussare alla nostra coscienza. Oltre a ciò, non bisogna dimenticare che rimuginare e fantasticare sono processi mentali che consumano moltissime energie cognitive, con ulteriori conseguenze negative sul lungo periodo, quali:

  • senso di affaticamento mentale;

  • difficoltà a concentrarsi e a svolgere compiti complessi dal punto di vista cognitivo;

  • tensione muscolare e irrequietezza;

  • difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni;

  • senso di disconnessione dalla realtà.


Dunque riconoscere questi processi come comportamenti e non come qualcosa che “capita e basta” è fondamentale: ciò che viene appreso può anche essere modificato. Per questo motivo, se ci si rende conto che questi processi occupano molto tempo, sembrano incontrollabili e creano sofferenza psicologica o impattano negativamente sulla propria qualità di vita, può essere utile parlarne con uno psicoterapeuta. In particolare, la psicoterapia cognitivo-comportamentale si rivela spesso molto efficace, in quanto fornisce delle strategie concrete per imparare a riprendere il controllo su questi comportamenti mentali.


Ritrovare equilibrio tra pensiero, immaginazione e realtà è possibile. E spesso il primo passo è semplicemente accorgersi di ciò che sta accadendo dentro di noi!

 
 
 

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